Recensioni Serie tv

La Casa di Carta | Recensione serie tv

Dopo aver visto tutti, persino persone insospettabili, andare in visibilio per questa serie spagnola, La Casa de Papel, ho deciso di andare oltre al muro di critiche che ho riscontrato fino ad ora e di concederle una possibilità.
Benché mi piaccia scegliere accuratamente cosa guardare, una possibilità non la nego a nessuno.

La Casa di Carta è una serie spagnola, andata in onda su Antena 3 (più o meno il nostro Italia 1), facendo meno del 10% di share, successivamente la acquista Netflix ed è subito serie più guardata di sempre.
Non lo nego: i colpi di scena ci sono, il ritmo è buono, ma è davvero questo capolavoro?

“La Casa di Carta” è la serie non inglese più vista di sempre

Mi sono immaginata Alex Pina, il creatore, prendere un bicchiere, buttarci dentro un po’ di cliché, un po’ di fiction, delle incongruenze, del comunismo e, per finire, dell’esagerazione, mischiare bene e gettare il tutto sul tavolo degli sceneggiatori.

Ci sono molti cliché, televisivi e umani. C’è parecchia fiction, come solo la tv spagnola sa creare, c’è fin troppa politica ed è tutto accompagnato da forzature, incongruenze e vicoli ciechi.

Questo basta per bocciare la serie? Normalmente direi di sì, ma mentirei se dicessi che non mi è piaciuta.

La prima stagione è intensa, ricca di suspense (magistralmente creata a tavolino), ha un buon ritmo e, diciamocelo, invoglia al binge watching.
La seconda stagione, tuttavia, non riesce a stare al passo, è piena di ripetizioni, di sotterfugi che lo spettatore, dopo 15 episodi, si è stancato di vedere riproposti.

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La storia è geniale: occupare la Zecca dello Stato per stampare 2, 4 miliardi di euro.
La selezione della banda è stata svolta, non solo in base alle competenze specifiche di ciascuno, ma tenendo conto soprattutto della loro condizione sociale: si tratta infatti di individui che non hanno nulla da perdere. L’ideatore di questa impresa è una figura conosciuta come “Il Professore”.
A ciascun componente della banda viene dato il nome di una città: Tokyo, Mosca, Berlino, Nairobi, Rio, Denver, Helsinki e Oslo.
I componenti devono seguire ferree regole, prima fra tutte: non avere relazioni personali tra loro. E qui viene il primo nodo al pettine.
Il Professore non vuole che vari sentimentalismi compromettano il piano. Assolda un padre col figlio, due fratelli, un bel ragazzo single e una bella ragazza single.
Questo è il primo allarme soap opera.
Il secondo sono le eccessive prove attoriali e il nauseante e superfluo uso di storie d’amore.

L’ispettrice Raquel Murillo, una donna forte con problemi personali e professionali.
Una leonessa, come la definiscono nella serie. Una leonessa che, in mezzo al caso più importante della sua carriera, trova il tempo per andare al bar a consultarsi con uno sconosciuto, con cui instaura un rapporto molto stretto senza saperne manco il cognome.
E quello sconosciuto è proprio l’uomo che cerca che, a quanto pare, pure lui trova il tempo di complicarsi la vita durante il piano geniale da lui preparato.
Palazzo Palladini scansati proprio. 

Sarà che a me piace di più l’azione, alle sfumature romantiche.
I due personaggi giovani, tra l’altro, mi hanno stufata fin dal primo episodio.

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Poi c’è il mito dei cattivi. Serie come questa, come Narcos, come Prison Break ci piacciono tanto perché ci fanno dimenticare per un attimo del nostro perbenismo, facendoci esaltare come scimmie allo zoo quando i malviventi riescono a farla franca.
E a me sta benissimo, non lo reputo un lato negativo. Adoro quando i confini dei due mondi si assottigliano così tanto da farti dimenticare chi è veramente nel torto.
Certo, non è esattamente il caso di Pablo Escobar…

Non è una serie particolarmente ricca di sottotesti.
Non ha nemmeno un messaggio di invito alla ribellione (come pensa Erdogan).
Le persone che partecipano al colpo non sono poveracci vessati da un sistema ladro, non si sono spaccate la schiena tutta la vita per due spiccioli (uno rubava diamanti).
Si tratta, semplicemente, di criminali che vogliono portare a termine l’impresa più grande di tutte e vivere nell’agio fino alla fine dei loro giorni.
Non c’è nessuna revolución in corso.
Non esiste nessuna Resistenza.
Quindi non venitemi a cantare Bella Ciao.

Questo è un prodotto che funziona perfettamente, se ti piacciono i personaggi giovani, se cerchi un ritmo serrato e se non fai caso alla sceneggiatura da soap opera.
Se non avete altro da guardare è un ottimo guilty pleasure.

Comunque sto ancora pensando a come trasportare 25.000.000 in pezzi da 50…


Grazie della lettura!

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Un saluto,
Martina.

 

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