Alien: Covenant di Ridley Scott | Recensione

Titolo originale Alien: Covenant
Lingua originale inglese
Anno 2017
Durata 122 min
Genere fantascienza, thriller, horror
Regia Ridley Scott
Soggetto Jack Paglen, Michael Green
Sceneggiatura John Logan, Dante Harper
Fotografia Dariusz Wolski
Montaggio Pietro Scalia
Effetti speciali Dan Oliver
Musiche Jed Kurzel
Scenografia Chris Seagers
Costumi Janty Yates
Trucco Tess Natoli

Cast Michael Fassbender, Katherine Waterston, Billy Crudup, Danny McBride, Demián Bichir, Carmen Ejogo, Amy Seimetz

Trama in breve: ambientato dieci anni dopo gli eventi narrati in Prometheus, il film racconta della missione di colonizzazione del pianeta Origae-6, da parte dell’astronave Covenant, con a bordo 2000 persone addormentate artificialmente e sulle quali veglia l’androide Walter (Michael Fassbender). L’iper-sonno dell’equipaggio e la tranquillità del viaggio vengono interrotti dalla violenta esplosione di una stella che distrugge le vele di raccolta di energia della Covenant, provocando decine e decine di morti. L’inevitabile deragliamento della missione fa approdare i membri superstiti dell’equipaggio su quello che sembra essere un paradiso inesplorato…


Bentornato Ridley Scott!

Secondo film della trilogia prequel; sequel di Prometheus, Alien: Covenant sembra avere più legami col primo Alien che col suo fratello del 2012.

Alien, 1979, una novità assoluta che ha rivoluzionato il mondo della fantascienza.
Un fortunato mix tra arte e industria, abilità e produzione.
Ricordo che gli effetti speciali sono dell’italiano Carlo Rambaldi, per i quali vinse un Oscar nel 1982.
Grazie alla bravura di Scott il film è un geniale misto tra horror e avventura senza precedenti.

Poi è stato il turno di James Cameron. Altro successo.
Il testimone è passato nelle mani di un allora giovane e in erba David Fincher e le cose sono andate meno bene.
Infine è stato Jean-Pierre Jeunet a concludere (poco felicemente) la storia, con Alien – La clonazione.

Poi torna Ridley Scott a dirigere Prometheus e a ampliare il mondo alieno con una nuova trilogia di prequel. Critica non molto positiva, causa storia banale e pretenziosa.
A me la pellicola aveva convinto, complice il fatto che ero felice dell’accoppiata Scott- Lindelof (sceneggiatore e produttore anche di Lost).
Ma mancava quella scintilla.

Ebbene, è arrivata.

Con Covenant si ritorna agli avvenimenti del disastroso predecessore, sistemando la trama e concludendone la storia, con annessa confusione, ma gli sceneggiatori hanno gestito la narrazione nel migliore dei modi: restando sul sicuro, con le dinamiche e la struttura che siamo abituati a vedere in un film Alien, con, però, tante (forse più del necessario) tracce di Prometheus.

Uno Scott molto horror e sempre perfetto nelle sue riprese, come lo è stato nel più recente Blade Runner, dove la tecnica è sopraffina e prende il sopravvento sulla storia.
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Il lungo monologo iniziale, la luce e l’atmosfera riportano proprio a Blade Runner, indizi su dove vuole andare a parare il regista con la nuova trilogia: un introspettivo lavoro da regista.


Gli Stringifaccia rubano la scena

Di Covenant ricorderò come gli xenomorfi siamo così ben costruiti e spaventosi, mentre i personaggi umani passino inosservati, annoiando la visione con dialoghi banali e scelte scontate. A reggere il film sono i due androidi impersonati da un Fassbender unico nel suo genere e sempre perfetto nei suoi ruoli.
Katherine Waterston è la nuova eroina androgina che prova a reggere il confronto con la Sigourney, ma non le hanno ritagliato abbastanza spazio e sembra emergere solo nel finale.

Gli Stringifaccia fanno ritorno, ma con alcune modifiche che sicuramente ai fan più sfegatati non andranno a genio: un’incubazione rapidissima e nuovi metodi riproduttivi, tra i principali.


Per concludere: film all’apparenza bello, ma, se togliamo la tecnica, non rimane molto da salvare. Merita sicuramente una chance, anche per i meno appassionati alla saga.

Voto: 8

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